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 L’autonomia scolastica (introdotta con l’art. 21 della benemerita L. 59/97 e regolamentata dal DPR 275/99, forse la nostra migliore norma legislativa “pedagogicamente orientata”) è prossima al decimo compleanno, eppure ancora molte pastoie burocratiche frenano la sua reale applicazione. Uno dei problemi più sentiti da famiglie e studenti è quello della quasi impossibilità di vedere confermati i docenti per l’intera durata del corso di studi, spesso con caroselli di insegnanti che si protraggono per mesi dopo l’inizio dell’anno scolastico, con avvicendamenti di tre, quattro o più figure prima di giungere a quella definitiva. Il dirigente scolastico, anche se generalmente individuato dalle famiglie come capro espiatorio, non ha al contrario alcuna concreta possibilità di intervenire per eliminare o anche solo limitare il triste fenomeno. Una possibile soluzione, adottata in altri Paesi occidentali dove l’autonomia scolastica è consolidata e veramente applicata, consiste nel creare un albo professionale dei docenti a cui potersi iscrivere dopo avere superato un esame di stato (o concorso), albo da cui attingono le scuole, valutati i curricola, tramite chiamata diretta del dirigente scolastico (che poi risponde dei risultati raggiunti e può anche essere rimosso dal suo incarico se questi sono al di sotto di uno standard minimo fissato dal Ministero della Pubblica Istruzione e verificato da un’agenzia indipendente di valutazione). Anche se -a parole- la scuola è al centro delle preoccupazioni dei politici, concretamente nulla o quasi si è finora fatto per rendere più efficiente ed efficace il sistema di reclutamento degli insegnanti, siano essi supplenti o assunti a tempo indeterminato.  Mi chiedo (e vi chiedo): che possibilità ci sono perché, se il PD vincerà le prossime elezioni, cambi lo stato delle cose? C’è speranza per giungere in tempi non biblici almeno ad una discussione parlamentare sul tema? Se si riuscissero a superare dubbi sindacali e resistenze corporative, sarebbe così complicato sperimentare in almeno un istituto scolastico per regione un sistema come quello delineato? 

Provo a concretizzare la proposta:

ipotizziamo che una sperimentazione potrebbe partire da UN SOLO istituto scolastico per regione, ma DI NUOVA ISTITUZIONE (l’ideale sarebbe un Istituto Comprensivo con scuole dell’infanzia, elementari e medie).

Anche se economicamente ci aspettano tempi cupi, non credo sia una spesa insostenibile per il sistema-Italia e d’altra parte una sperimentazione così significativa e innovativa non è pensabile a costo zero; se ci fossero la volontà politica, la copertura finanziaria ed il consenso sindacale, si potrebbe fare con un decreto-legge in quindici giorni…

Come “assumere” il personale di questa scuola-pilota:

1) il DS sarebbe designato, come succede normalmente, dal dirigente dell’USR e deve rispondere (seriamente non come accade attualmente) dei risultati della sua gestione;

2) per gli insegnanti di ruolo, si potrebbe fare come accade per i distacchi/comandi (per es. all’ex-IRRE o presso le università), pertanto presentazione dei curricola e colloquio davanti ad una commissione (formata, per esempio, da DS, presidente del Cons. d’Istituto, un rappresentante dell’ente locale, un rappresentante sindacale…), con conseguente formazione di una graduatoria da cui attingere per chiamata diretta del DS. I docenti “distaccati” nel nuovo istituto manterrebbero la titolarità nella scuola di provenienza.

3) per i docenti supplenti:
presentazione dei curricola e colloquio con il DS, che assume per chiamata diretta. 

4) Per gli ATA: colloquio (con DS e DSGA) e chiamata diretta del DS.

Provare questo sistema per 3/5 anni, monitorarne gli esiti e verificarne l’efficacia.

Sulla carta non sembra impossibile, insomma… SI PUO’ FARE!

Che ne pensate?

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“Va da sé che quando il disagio non è del singolo individuo, ma l’individuo è solo la vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, se non addirittura di sensi e di legami affettivi, come accade nella nostra cultura, è ovvio che risultano inefficaci le cure famacologiche cui oggi si ricorre fin dalla prima infanzia [vedi Ritalin, nota mia] o quelle psicoterapiche che curano le sofferenze che originano nel singolo individuo. E questo perché se l’uomo, come dice Goethe, è un essere volto alla costruzione di senso (Sinngebung), nel deserto dell’insensatezza che l’atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde il disagio non è più psicologico, ma culturale. E allora è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire, perché questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un’implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato, sono le prime vittime.”                                                       

                                                         Umberto Galimberti, da “L’ospite inquietante”, Feltrinelli  (2007)

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La democrazia spiegata agli ateniesi Discorso di Pericle (495-429 a.C) in
Tucidide,La guerra del Peloponneso (libro II)


 

Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: per questo è detto democrazia.
Le leggi assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora egli sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, non come un atto di privilegio, ma come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se preferisce vivere a modo suo.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e le leggi, e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono un’offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede solo nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso.
La nostra città è aperta al mondo; noi non cacciamo mai uno straniero.
Noi siamo liberi di vivere proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private.
Un uomo che non si interessa dello Stato non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché soltanto pochi siano in grado di dar vita a una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione un ostacolo sulla strada dell’azione politica.
Crediamo che la felicità sia il frutto della libertà e la libertà sia solo il frutto del valore.

Si può fare si può fare
si può prendere o lasciare
si può fare si può fare
puoi correre o volare
puoi cantare puoi gridare
puoi vendere e comprare
puoi rubare e regalare
puoi piangere e ballare.

Si  può fare si può  fare
puoi prendere o lasciare
puoi volere puoi lottare
fermarti e rinunciare
si  può fare si può fare
puoi prendere o lasciare
si  può crescere o cambiare
continuare a navigare.

Si  può fare si può fare
si  può prendere o lasciare
si può fare si  può fare
partire e ritornare

puoi tradire e conquistare
puoi dire poi negare
puoi giocare e lavorare
odiare e poi amare.

Si può  fare si può fare
puoi prendere o lasciare
puoi volere puoi lottare
fermarti e rinunciare
si  può fare si  può fare
puoi prendere o lasciare
si può crescere o cambiare
continuare a navigare.

Si  può fare si può fare
si può prendere o lasciare
si  può fare si può fare
mangiare e digiunare
puoi dormire puoi soffrire
puoi ridere e sognare

puoi cadere puoi sbagliare
e poi ricominciare.

Si  può fare si può fare
puoi prendere o lasciare
puoi volere puoi lottare
fermarti e rinunciare
si  può fare si può fare
puoi prendere o lasciare
si può crescere o cambiare
continuare a navigare.

Si  può fare si può fare
puoi vendere e comprare
puoi partire e ritornare
e poi ricominciare
si  può fare si può fare
puoi correre e volare
si può piangere e ballare

continuare a navigare.

Si  può fare si può fare
si può prendere o lasciare
si  può fare si può fare
puoi chiedere e trovare
insegnare e raccontare
puoi fingere e mentire

poi distruggere incendiare
e ancora riprovare.

 

Si  può fare si può fare

Si  può fare si può fare

Si  può fare si può fare

Si  può fare si può fare

             (Luisa Zappa/Angelo Branduardi)

Giovedì 14 febbraio 2008, se riuscite a resistere alle lusinghe valentiniane, vi proponiamo di vederci per ragionare insieme di come-quando… e perché fare nascere la “Casa della cultura” della costituenda/erigenda provincia brianzola.

 Ci si trova a Monza, in Via Spalto Piodo, 18 nelle adiacenze di Piazza Cambiaghi (suonare l’ultimo campanello in basso).

…Mi rendo conto che l’iniziativa suona alquanto carbonara fin dall’indirizzo e dalle modalità di accesso alla sede, ma d’altra parte se non appare quasi catacombale la cultura in Brianza, cosa lo potrebbe essere di più?…;-)

 Scherzi a parte, la cosa è seria. Per confermarlo, ecco una presentazione del progetto di Diego Colombo (uno dei coordinatori).

CASA DELLA CULTURA

di Monza e Brianza

 

 

 

Laddove c’è il pericolo, là cresce ciò che salva

Holderlin

  

Partiamo dal nome. La chiamiamo Casa della cultura, perché dà la sensazione che non si tratti dell’ennesima associazione culturale. Di quelle fortemente circoscritte territorialmente (paese, città) e che mettono in cantiere due, tre iniziative all’anno. Spesso per mancanza di risorse economiche e umane. Non c’è niente di male in tutto ciò ma non deve essere il nostro obiettivo. Non per spocchia. Semplicemente perché esistono già, e sono tante, in Brianza le associazioni culturali di questo tipo. Quasi ogni Comune ne ha una, se non di più. E fanno egregiamente il loro dovere.

 

La Casa della cultura non deve diventare un contenitore in cui ci si butta di tutto. Magari alla rinfusa. E allora?

Non si tratta di circoscrivere gli ambiti di interesse. Del tipo, sì alla filosofia no alla musica, sì alla letteratura no alla scienza, sì all’arte no alla storia. Sarebbe una sciocchezza, se non altro perché alza steccati, quasi si volesse assegnare la patente di serietà a una disciplina a discapito di un’altra. No, discriminante deve essere altro, quella di privilegiare la comprensione del presente, di quel che ci sta intorno, di quel che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle. Stiamo attraversando un’epoca di transizione, difficile da comprendere e da interrogare nella sua complessità. Il nostro atto di fede è ritenere che sia compito della cultura – e quindi della Casa della cultura – cercare di capire la dimensione propria di questo momento storico, pieno di contraddizioni e di incognite, ma anche di possibilità. Questa, crediamo, è la condizione per poter pensare il domani: far cultura per fare politica, nel senso più nobile del termine. Indagando a tutto campo i diversi ambiti nei quali si declina la nostra vita.

Già di per sé questa scelta è sufficiente a smarcarci dalle tante associazioni culturali esistenti, spesso legate invece a una semplice rivisitazione del passato, oppure a una dimensione culturale prettamente accademica.

 

Come leggerlo, il presente? Con chi se ne occupa. Con chi lo studia. Con chi ci scrive libri. Con chi ci fa film, spettacoli… Sapendo che il presente che ci interessa non è la Brianza in quanto tale. Sarebbe un altro errore. Può essere anche questo, ma non deve limitarsi assolutamente a questo. Bisogna alzare il tiro, rendersi conto che il mondo non finisce a Cavenago o a Ceriano Laghetto. Dunque pensare un po’ in grande. Anche qui non per spocchia. Semplicemente perché il contrario non serve. C’è già.

 

La continuità diventa una regola importante. Possiamo pensare di mettere in cantiere un tema da affrontare in maniera sistematica nell’arco dell’anno (di cui potremmo pubblicare gli interventi nei “Quaderni della Casa della cultura”, risorse permettendo), accanto a presentazioni di libri, match letterari o scientifici… ogni idea è buona.

 

Se c’è un senso (e un valore) in quel che vorremmo fare, sta nel mettere in piedi una struttura che guardi alla futura provincia di Monza come al territorio al quale rivolgersi. Tutto intero, dal capoluogo al Vimercatese, da Limbiate a Veduggio. Perché è questo che manca in Brianza. Una realtà culturale che abbracci tutta la provincia, sia in grado di diventare un punto di riferimento per chi ha voglia di capire quel che accade sotto i propri occhi. E vuol farlo con interlocutori autorevoli, con una certa continuità, con una serie di iniziative che abbia un filo conduttore.

 

A chi ci rivolgiamo? A tutti, naturalmente. A quei tutti, almeno, che hanno voglia di capire l’oggi per non subire quel che accade domani. Protagonisti e responsabili, insomma, di un tempo in cui le ideologie sono morte e il singolo è rimasto solo a cercare di interpretare il mondo. Perché non farlo con altri: questa è la nostra sfida.

 

La struttura. Una possibile strada è creare un’associazione che gestisca la Casa della cultura e ne sia la titolare.

 

La sede. E’ importante avere uno spazio nostro o comunque a nostra completa disposizione. Per farci le nostre iniziative, senza dover continuamente chiedere ospitalità ad altri. E questo spazio dovrebbe essere possibilmente a Monza. Perché, lo si voglia o no, diventerà il centro della Provincia, anche in ambito culturale.

Salve!

Il blog “Innvovatori Europei Monza e Brianza” è stato creato da pochissimo. Dateci qualche giorno e poi…si comincia!

“Si  può fare, si può fare, si può crescere e cambiare. Si può fare, si può fare, continuare a navigare…” (Angelo Branduardi)

 ciao-ciao

Gianni Trezzi